11 19 2016 – IlGiornale.it 

Testo Integrale dell’intervento del Presidente Fedele Confalnieri
Firenze 16 novembre 2016, Salone dei Cinquecento

Sono particolarmente lieto di essere oggi qui per concludere il V summit dedicato all’Italia- e agli Stati Uniti d’America.

Il mondo, l’Europa e l’Italia si trovano a fronteggiare uno scenario a maggiore instabilità e minore prevedibilità, caratteristiche che non giovano a chi gestisce un business. Tutti gli osservatori sono in ansia per le politiche e la politica estera che il nuovo Presidente americano vorrà adottare. Gli Stati Uniti sono, tuttavia, una democrazia forte e consolidata e, nonostante un esito differente dalle aspettative, la transizione, come sempre, sarà democratica e pacifica. Le proteste, mediaticamente appariscenti, fanno parte proprio delle libertà democratiche di quel Paese cui noi guardiamo sempre come “benchmark” e, a volte, “come best practice”.

Lo storico inglese Paul Johnson[1], che con grande autoironia diceva di capire profondamente cosa fossero il pregiudizio e la discriminazione in quanto ”mancino, rosso di capelli e cattolico inglese” conclude il suo, forse più importante libro, “A History of the American People” dicendo — e lo cito in inglese anche come tributo a coloro che sono oggi qui convenuti dagli Stati Uniti –: “ … the story of America is essentially one of difficulties being overcome by intelligence and skills, by faith and strength of purpose, by courage and persistence… Looking back on its past, and forward to its future, the auguries are that America will not disappoint an expectant humanity”[2].

Siamo, in effetti, in una fase di “expectant humanity” sia per quello che accadrà dal 20 gennaio 2017 in poi, sia per le implicazioni della Brexit, sia per gli esiti del referendum del 4 dicembre che per le tornate elettorali del 2017 in Europa.

Oltre all’essere “expectant” possiamo, però, e dobbiamo anche ragionare. Dicevo di essere particolarmente lieto di concludere i lavori di oggi. Il motivo è che ho visto nascere questa iniziativa il 5 maggio del 2011 a New York. Ad una platea di incuriositi newyorkesi radunati al Metropolitan Club, fu spiegato “Why Italy matters the World” presentando un gruppo di startup italiane innovative all’interno dell’Italian Innovation Day. Gregorio De Felice, Chief Economist di Intesa Sanpaolo, illustrò i principali indici non noti, e positivi, del fare business in Italia sfatando miti in rapporto a mete più gettonate dagli investitori Usa come la Francia. Mediaset presentò, facendo da apripista, il primo video in inglese che era coerente con i dati dell’economista.

Negli Stati Uniti l’Italia è riconosciuta come leader delle famose 4 F: Food, Fashion, Furniture and Ferrari. La percezione è che noi si sia dei “best in class” unicamente in queste industrie. La realtà fa fatica ad emergere.

Questi summit, tuttavia, contribuisco a far avanzare pezzi di realtà:

  • Forniscono informazioni puntuali, professionali e annuali sulle caratteristiche e i punti di forza dell’economia italiana e di come questa possa essere una destinazione interessante per gli investimenti stranieri ben oltre le 4 F.
  • E’ un’occasione per illustrare le riforme che il governo ha varato per migliorare le condizioni e facilitare le imprese
  • Spingono la leadership del nostro Paese a confrontarsi e a guardare oltre i confini della propria industria per contribuire ad un bene comune e superiore. Ciò è una pratica molto anglosassone, il “give back”, e in Italia comincia fare proseliti
  • Forniscono lo spunto, e veniamo all’obiettivo del mio intervento, di inquadrare e dibattere il ruolo dei media nel forgiare, accompagnare, promuove l’immagine dell’Italia all’estero.

Abbiamo cominciato la nostra grande avventura Mediaset con lo slogan “professione amicizia” e cioè amici dei nostri clienti per consigliare come promuovere i loro prodotti, aumentare il fatturato e generare ricchezza per l’azienda, gli azionisti, i consumatori, quelli che oggi chiamiamo gli “stakeholder”. Su questa filosofia abbiamo costruito la più grande realtà mediatica privata in Italia e poi in Spagna. Con l’avvento del digitale e delle mutli-piattaforme, l’audience è più frammentata e usufruisce di contenuti attraverso qualsiasi mezzo collegato in rete. Mediaset nono solo continua a essere competitiva ma, sui fronti dell’innovazione, è un benchmark, nonostante la più severa crisi economica dal dopoguerra.

E’ certo, quindi, che i media debbano avere e hanno un ruolo fondamentale nella promozione di un Paese per metterlo sulla “mappa” degli investitori internazionali. Ciò, tuttavia, presuppone che lo si faccia in inglese e con risorse adeguata alla sfida. Tra i possibili benchmark, emerge quello francese. Nonostante l’orgoglio per la loro lingua e, un non tanto subliminale rifiuto della lingua inglese, la Francia ha lanciato nel 2006 France 24, una all-news in inglese, aggiungendo poi un canale in arabo. Tra gli obiettivi che France 24 si prefigge, c’è l’attrazione degli investimenti diretti esteri. Oggi France 24 raggiunge quasi 300 milioni di household ma soprattutto è “la fonte” per avere informazioni sulla Francia in inglese o in arabo.

La Francia nel 2015 ha attirato US$ 39 miliardi di investimenti diretti esteri, mentre l’Italia 19 e la Spagna (la lingua più parlata nelle Americhe) US$ 25 miliardi (fonte OECD). Non è casuale, e per la stessa logica, che nel 2015 in Spagna si siano recati 68 milioni di turisti e in Italia 50 milioni (Fonte: Nazioni Unite World Tourism Barometer, vol.14 – July 2016).

Avete discusso i numeri questa mattina. L’export Italiano verso gli Stati Uniti è stato di US$ 44 miliardi nel 2015, un miglioramento sui 42 del 2014 ma ancora distanti, in proporzione, dai US$ 125 della Germania nel 2015. La nostra “fair share” in America dovrebbe essere intorno ai 67 miliardi di dollari se paragoniamo la grandezza del PIL tedesco rispetto al nostro. Il PIL della Germania è 1. 8 volte quello dell’Italia, non 2.8 volte.

I motivi di questo gap, che sono altrettante opportunità di crescita, sono diversi, ma la mancanza di informazione è certamente un fattore chiave che influenza e acuisce la differenza tra percezione e realtà.

I tempi sono maturi per farsi questa domanda: Dobbiamo dotarci di un media multi-piattaforma in inglese dall’Italia?

Credo che sia saggio lanciare una campagna di “awareness” per creare la consapevolezza all’interno del sistema Italia che la mancanza di un “media” in inglese dall’Italia è un punto fondante, e in questo momento debole, per chi si vuole proiettare nel mondo con tutti i suoi asset e non solo con quelli che sono già riconosciuti e apprezzati. Un Paese che correttamente, vuole essere destinazione di investimenti diretti esteri deve essere attrezzato per fare la “professione amicizia” nei mercati di interesse a partire dagli Stati Uniti d’America. Quando guardo ai numeri reali dell’Italia negli Usa e poi mi reco nelle maggiori città di quel Paese –New York, Washington, San Francisco, — è impressionante quanta “Italia” si veda in giro, tuttavia, appare chiaro che tutti fanno business sul brand Italia tranne noi.

Oggi i nostri araldi verso il mondo sono il Financial Times, The Economist, Il New York Times e il Wall Street Journal, in quest’ordine.

L’Italia è quello che queste testate scrivono: e non ne parlano bene! L’Italia è assente dal dibattito internazionale su se stessa. Un dibattito che non può prescindere dai social che queste importanti testate alimentano. Ci sono alcuni giornali italiani che hanno lanciato una versione on-line in inglese ma qui parliamo di dotarsi di strumenti comparabili ai France 24, CCTV cinese o Al Jazera del mondo arabo.

Mediaset è un operatore privato che deve, innanzitutto, tutelare e creare valore per i propri azionisti. Ha però una responsabilità come leader di settore di lanciare una simile riflessione al settore e alla classe dirigente.

Il facile “elephant in the room”, come direbbero i nostri amici americani, è il servizio radio-televisivo pubblico. Ma non è questo il punto.

L’Italia ha resistito alla crisi anche grazie all’export –nel 2015 il 25% del PIL—ma in Germania è il 40% del Pil. Il multilateralismo, attrazione degli investimenti e il commercio sono la leva di crescita più immediata a nostra disposizione. Un media in inglese sarebbe un facilitatore determinate. Consentirebbe di spiegare al mondo, le ragioni del si e le ragioni del no referendario, in maniera più completa e esaustiva. Agli italiani nel mondo, per esempio. Dei 26 milioni di italo-americani in Usa solo una sparuta minoranza parla l’italiano. Consentirebbe di far conoscere le forze e le sfaccettature della nostra economia, la sua intrinseca solidità e del perché sia un errore fattuale e economico l’averci inserito nel mondo dei PIGS (Portugal Italy Greece Spain). Portare, in sintesi, in inglese un’Italia che sia, quella straordinaria realtà industriale, oltre le famose 4 F.

Mediaset ha supportato e continuerà a supportare iniziative quali l’Italian Business & Investment Initiative perché sono occasioni di confronta e si ha la possibilità di fare riflessioni importanti e stimolare dibattiti di comune interesse. Oggi qui da Firenze, chiediamo ad imprenditori, amministratori delegati, banche, operatori di settore e istituzioni di:

  • Riconoscere che NON avere un Nostro “media” che ci consenta di parlare al mondo in inglese, è un problema per l’Italia
  • Riconoscere, inoltre, che questo “problema” pregiudica la nostra crescita e opportunità di investimento in maniera trasversale: dal turismo ai grandi investimenti
  • Riconoscere che essere d’accordo su questo tema potrebbe essere un terreno di lavoro per il bene comune in un mondo che, “as of late”, si divide e si polarizza fin troppo
  • Lavoriamo ad una soluzione “media” che possa consentire all’Italia di competere, di essere influente e rilevante in un mondo che, come dicevamo, è più instabile e meno prevedibile
  • Mediaset è pronta e disponibile

E ora “enough is enough” ringrazio voi tuti per l’attenzione, spero di rivedervi il prossimo 14 febbraio a New York in occasione del VI summit e vi libero, cosa più importante e interessante, per il light lunch.

[1] Paul Bede Johnson (1928, Manchester, UK), è autore, giornalista e storico inglese. Conservatore laureato a Oxford. Ha dedicato la sua vita alla storia degli Stai Uniti come reazione allo snobismo vs. Usa imperante tra gli accademici di Oxford negli anni 40. Nel 2006 è stato insignito da George w. Bush della Presidential Medal of Freedom. Ha scritto più di 50 libri e contribuito come opinionista a periodici e giornali.

[2] Pag. 976, A history of the American People, 1997, Paul B. Johnson

 

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